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giovedì 9 ottobre 2008

Una domanda assurda, d'accordo. Ma se fosse tutta Shock Economy?

Sarà una mia impressione, per carità.
Sarò io che sono sempre troppo reattiva e impulsiva, d'accordo. Ma come mai da circa dieci giorni a questa parte ho sempre più forte la sensazione di ritrovarmi, come in una gigantesca candid camera, tra le pagine di un capitolo ancora tutto da scrivere di Shock Economy di Naomi Klein?

Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri
di Naomi Klein
Milano, Rizzoli (2007), 24/7
pp. 621, isbn 17-0171-83

Che cosa hanno in comune l'Iraq dopo l'invasione americana, lo Sri Lanka post tsunami, New Orleans dopo l'uragano Katrina, le dottrine liberiste della Scuola di Chicago e alcuni esperimenti a base di elettroshock finanziati dalla Cia negli anni Cinquanta? L'idea che sia utile fare tabula rasa per costruire da zero una mente, un tessuto sociale, un'utopia: quella del fondamentalismo capitalista del libero mercato.
Il nuovo, attesissimo libro di Naomi Klein – l'autrice di No logo, che il "New York Times" ha definito "la bibbia di un movimento" e si è dimostrato uno dei testi più influenti degli ultimi anni — smonta il mito del trionfo pacifico e democratico dell'economia di mercato.

Solo uno shock — provocato da un cataclisma naturale o dalla violenza intenzionale della guerra, del terrorismo, della tortura – può trasformare il "politicamente impossibile" in "politicamente inevitabile". Sono parole del guru dell'ultraliberismo, Milton Friedman, che i suoi zelanti discepoli hanno messo in pratica con sconcertante abilità.

Così, il trauma dell'11 settembre ha permesso a Bush di appaltare ad aziende private la sicurezza interna e la guerra all'estero; la ricostruzione dopo l'uragano ha cancellato in un attimo le case popolari e le scuole pubbliche di New Orleans; l'onda dello tsunami ha allontanato dalle coste centinaia di migliaia di pescatori, liberando le spiagge per nuovi villaggi turistici.

Shock Economy è un agghiacciante e argomentato atto d'accusa contro un capitalismo di conquista che sfrutta cinicamente i disastri (a vantaggio di pochi) e ne produce in proprio di ancora peggiori. Come dimostra la tragedia irachena.

Intanto leggo Due mosse, una incognita di Massimo Giannini e mi sorgono nuove domande.

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