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giovedì 3 luglio 2008

La parola a Marco Travaglio - I "Il caso Schifani comincia ora"

Da MicroMega 4/2008, un articolo di Marco Travaglio:

Il caso Schifani comincia ora

Certe cose si possono anche scrivere sui libri, tanto quelli nessuno li legge. Ma non si possono dire in televisione. E quando qualcuno osa farlo viene attaccato a destra e a manca. Perché, evidentemente, è più interessante sapere che Schifani ha eliminato il riporto su consiglio di Berlusconi, piuttosto che conoscere i suoi rapporti coi mafiosi. E allora, diamo la parola al diretto interessato, che di cose imbarazzanti ne ha dette tante.

Dunque è ufficiale, e parlo per esperienza: da quando Renato Schifani è assurto alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato subito sotto il presidente della Repubblica, è divenuto un intoccabile. Non solo, come le signore di una volta, non si tocca nemmeno con un fiore.

Ma, al massimo, lo si può sfiorare soltanto con un bacio. Come ha fatto al momento della sua elezione Anna Finocchiaro, la capogruppo dei Democratici reduce dai trionfi elettorali di Sicilia, dove s’è fatta doppiare da Raffaele Lombardo ed è stata subito premiata dal Pd. Chi non provasse analoga attrazione per lo statista palermitano può sempre tributargli una standing ovation di applausi, come ha fatto l’intero gruppo senatoriale del Pd (salvo rarissime eccezioni), soprattutto quando il neopresidente del Senato ha voluto commemorare Falcone e Borsellino e dichiarare guerra alla mafia.

Pareva brutto, in quel momento così toccante, rammentargli i suoi rapporti societari nel 1979 con due personaggi (Nino Mandalà e Benny D’Agostino) attualmente in galera per mafia; o magari la sua presenza al matrimonio di Nino Mandalà; o ancora la sua consulenza urbanistica per il comune di Villabate alle porte di Palermo, talmente infiltrato dal clan mafioso Mandalà da essere successivamente sciolto non una, ma due volte per mafia.

Infatti nessuno s’è alzato in parlamento per rammentargli quegl’imbarazzanti particolari biografici che avrebbero forse dovuto sconsigliare la sua nomina a una carica tanto importante, tanto più che i magistrati antimafia di Palermo stanno ancora verificando le gravissime accuse lanciategli l’anno scorso dal pentito Francesco Campanella (braccio destro di Mandalà, favoreggiatore di Bernardo Provenzano ed ex presidente del consiglio comunale di Villabate), secondo cui il nuovo piano regolatore Mandalà lo aveva «concordato con La Loggia e Schifani» (Ansa, 10-2-2007).

Non solo. Ma nemmeno ai giornalisti è consentito rievocare l’edificante biografia di questo campione dell’antimafia. O meglio, è lecito farlo soltanto nei libri (come han fatto Lirio Abbate e Peter Gomez in I complici), che si spera nessuno legga. In televisione queste cose non si dicono. Se invece uno le dice, viene attaccato anzitutto dalla baciatrice ufficiale Anna Finocchiaro, secondo cui dire la verità su Schifani significa «attaccarlo senza contraddittorio».
Poi da Luciano Violante, secondo cui quelle verità su Schifani non sono altro che «pettegolezzi», diversamente dai fondamentali accenni al suo passato di sessantottino e al suo riporto poi eliminato in seguito ai consigli tricologici di Berlusconi: particolari, questi, che nessun giornale, nei ritratti ufficiali del neopresidente del Senato, ha potuto tacere in nome della completezza dell’informazione. Sui rapporti con i mafiosi, invece, silenzio di tomba.

Forse per non disturbare il dialogo, gli applausi e i baci tra maggioranza e sedicente opposizione (quella dei «diversamente concordi», per dirla con Ellekappa). O forse perché, come ha spiegato Giuseppe D’Avanzo, non «appare sufficiente quel rapporto lontano nel tempo – non si sa quanto consapevole (il legame tra i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno vent’anni dopo, quel Mandalà viene accusato di mafia) – per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro paese, anche nelle sue istituzioni più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi con Cosa Nostra».

Insomma, i fatti sarebbero vecchi (ma la consulenza a Villabate è di 10-12 anni fa, quando Schifani entrò per la prima volta in parlamento). E se nessuno li ha ricordati nei chilometrici ed encomiastici ritratti della neo-seconda carica dello Stato è perché – D’Avanzo dixit – «un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun – ulteriore e decisivo – elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent’anni fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso».

Discorso deboluccio, sia perché sui fatti di Villabate la magistratura sta ancora indagando in seguito alle recentissime dichiarazioni di Campanella (roba di un anno fa: per scoprirlo non occorre un gran «lavoro di ricerca indipendente», basta leggere l’Ansa); sia perché un mafioso non diventa mafioso nel momento in cui viene incriminato o condannato per mafia. Era mafioso anche prima, si presume fin da giovane, visto che Cosa Nostra – diversamente dalla Chiesa – non conosce le vocazioni adulte.

Al Capone non fu mai condannato per mafia, ma solo per evasione fiscale, eppure a nessuno salterebbe in mente di ricordarlo come un noto evasore fiscale. E in terra di mafia tutti sanno chi sono i mafiosi, visto che questi si guadagnano il rispetto generale controllando il territorio e incutendo timore nella gente. I primi a sapere chi sono i mafiosi sono proprio i politici, visto che la mafia controlla importanti pacchetti di voti. Se Schifani non s’era accorto di chi fosse il mafioso che da giovane era stato suo socio e anni dopo l’aveva invitato al suo matrimonio, è meglio che non faccia politica. Se invece se n’era accorto, idem come sopra. In ogni caso, i cittadini hanno il diritto di sapere queste cose, e i giornalisti hanno il dovere di raccontarlo.

È anche lecito interrogarsi sul precipitante scadimento della nostra classe politica, visto che il senato ha avuto come presidenti grandi personaggi della politica come Enrico de Nicola, Cesare Merzagora, Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini, prima di ridursi a uno Schifani. Confrontare gli statisti di ieri e di oggi non significa «delegittimare le istituzioni»: semmai, a delegittimarle, è chi sceglie uno come Schifani alla seconda carica dello Stato. Lo status di presidente del Senato non può trasformare uno Schifani qualunque in uno statista, salvo pensare – con il cavalier Berlusconi – che chi assume una carica pubblica è «unto del Signore». Non basta issare un nano in cima a una scala per farne un gigante.

A questo proposito, siccome è ufficialmente vietato dire male di Schifani, ci sarà consentito almeno dare la parola allo stesso Schifani. Per ripercorrere, attraverso i suoi detti celebri, la sua carriera di grande statista.
Peraltro incompreso, almeno fino a due mesi fa. Perché molti l’han già dimenticato, nel Paese dei Senza Memoria. Ma Schifani è lo stesso che per dodici anni, prima da semplice senatore forzista (dal 1996 al 2001) e poi da capogruppo azzurro al Senato (dal 2001 al 2008), passava le sue giornate a insultare magistrati onesti e giornalisti liberi; ad architettare leggi-vergogna (suo il lodo dell’impunità per le cinque alte cariche dello Stato, varato nel 2003 e cancellato dalla Consulta nel 2004; sua la proposta di ripristinare l’immunità parlamentare e di estenderla addirittura ai consiglieri regionali, nonché quella di abrogare il concorso esterno in associazione mafiosa); ad attaccare il capo dello Stato Napolitano, il presidente del senato Marini, il presidente della Camera Bertinotti, l’ex presidente della Repubblica Scalfaro, il Csm e la Corte costituzionale; a cavalcare le peggiori calunnie su Telekom Serbia e Mitrokhin contro i leader del centro-sinistra, a negare l’evidenza e a mentire spudoratamente in difesa di Berlusconi e dei suoi complici, a coprire i peggiori misfatti come la mattanza del G8 di Genova, e soprattutto a infangare con epiteti irriferibili tutti i principali esponenti del centro-sinistra e chiunque osasse formulare anche la più timida critica al Cavaliere e alla sua banda.

Compresi in senatori a vita che osavano votare per Prodi (Schifani l’anno scorso firmò un disegno di legge per privarli del diritto di voto), compreso il grande poeta Mario Luzi, comprese Maria Falcone e Rita Borsellino. E compresi pure i Violante e le Finocchiaro e i Gentiloni, che oggi, in preda a una galoppante sindrome di Stoccolma, corrono a dargli la solidarietà contro il diritto-dovere di cronaca. La parola, dunque, a Renato Schifani, statista per caso.


«Si introduce nel nostro sano ordinamento giuridico il virus di un’espropriazione proletaria, ovvero una patrimoniale assolutamente ispirata all’intento persecutorio. Come se ciò non bastasse, si aggiunge anche l’estrema pericolosità di sanzioni ancorate ad accertamenti sommari e più che opinabili, in quanto non si comprende come una simulazione assoluta di vendita di un patrimonio possa essere sommariamente accertata dall’Autorità di garanzia. Non vorremmo che l’abnormità di queste sanzioni nasconda in maniera subdola il fine di rendere nei fatti incompatibile con cariche di governo colui il quale abbia un patrimonio da salvaguardare, favorendo così l’accesso alle istituzioni soltanto ai funzionari di partito e violando l’articolo 51 della Costituzione» (a proposito della blandissima legge sul conflitto d’interessi presentata dall’Ulivo e poi mai approvata, Ansa, 15-11-2000).

«Una regia occulta [dietro i fatti del G8 di Genova] mira a oscurare il presidente Berlusconi che, assieme agli altri leader, sta realmente creando nuovi percorsi di aiuti per i paesi meno fortunati. Chi tira i fili? Chi li organizza? Il sospetto che dietro questi atti ci sia un’oscura manovra diventa sempre più concreto, magari per impedire la grande svolta del G8 firmata Silvio Berlusconi» (Ansa, 21-7-2001).

«La polizia a Genova ha dato prova di grande efficienza, mentre Vittorio Agnoletto [il mitissimo leader del Genoa Social Forum] ha coperto in modo diretto o indiretto gli anarchici insurrezionalisti e i violenti. Dietro di lui c’è un disegno politico. Il centro-sinistra cerca di offuscare i positivi esiti del G8 con altre vicende» (Ansa, 27-7-2008).

«Fassino bara sapendo di barare» (Ansa, 1-8-2001).

«D’Alema ha una impudenza inaccettabile. I Ds, per coprire la propria inconsistenza politica e le drammatiche divisioni interne, sono ricorsi agli appelli di piazza e alle dichiarazioni cilene dal sapore eversivo. L’opposizione estremista è la malattia senile di un post-comunismo senza identità né progetto. Sono stati i Ds a contrapporsi frontalmente alle forze dell’ordine con le loro oscillazioni guidate dalla rincorsa verso gli antiglobal» (Ansa, 2-8-2001).

«L’Economist è diventato l’ala esterna dell’opposizione» (Ansa, 10-8-2001).

«Con la nuova legge sulle rogatorie non cambia nulla, ma viene recepito in pieno l’articolo 3 della Convenzione europea in forza del quale nessuno può essere inquisito o condannato sulla base di documentazioni internazionali non autentiche e quindi anche false. La normativa della Cdl rende quindi più efficace la collaborazione giudiziaria tra Italia e Svizzera. La sinistra fa sciacallaggio mediatico, perché questa norma non intralcia minimamente l’attività investigativa» (Ansa, 27-9-2001. Peccato che magistrati di tutto il mondo sostengano esattamente il contrario).

«La sinistra tenta di destabilizzare le istituzioni e continua ad essere suddita e cortigiana di certe Procure della Repubblica, che temono di dover ripetere inchieste perché queste si basano su acquisizioni irregolari di prove, quindi potenzialmente false, la cui autenticità non è assolutamente provata. Con le fotocopie false non si può condannare nessuno» (Ansa, 3-10-2001. Offesi dall’accusa di inviare ai colleghi italiani carta straccia e prove false, i giudici svizzeri protestano e il governo elvetico congela la ratifica del trattato di collaborazione giudiziaria con l’Italia).

«La macchina della disinformazione italiana contagia anche la Svizzera. Magistrati e politici di Berna purtroppo si sono lasciati ingannare dai professionisti italiani della menzogna» (Ansa, 10-10-2001).

«Il sedicente moderato Fassino non ha perso l’occasione per usare le vecchie tecniche di mistificazione legate ai sistemi totalitari del socialismo reale» (Ansa, 25-10-2001).

«Massimo Brutti e gli esponenti dell’Ulivo fanno i sovietici. E nella migliore tradizione dell’Urss pretendono di scrivere la storia a uso e consumo della loro parte politica. Ma i fatti sono chiari: dal 1992 al 1994 l’intera classe dirigente dei partiti democratici, quella che aveva garantito libertà e benessere agli italiani lottando proprio contro il Pci finanziato da Mosca, fu spazzata via dalle inchieste di alcuni pm. E dal 1994 alcune procure hanno prescelto come loro bersagli prediletto il leader di Forza Italia che aveva la colpa di aver rotto le uova nel paniere della sinistra» (Ansa, 31-10-2001).

«Nelle parole di Angius c’è odore di disinformacija leninista» (Ansa, 1-11-2001).

«Di Pietro è un patetico buffone. Anziché vergognarsi del suo passato zeppo di coni d’ombra, cerca disperatamente la prima pagina seminando veleni e menzogne. Questo comunque non lo salverà dal naufragio che lo ha già travolto. È stato condannato dalla Storia e bocciato dagli italiani » (Ansa, 2-11-2001).

«Rutelli mente sapendo di mentire: dà i numeri e cerca di intorbidire le acque e di truccare i conti» (Ansa, 21-11-2001).

«Ci eravamo illusi che Fassino fosse di un’altra pasta. Invece in pochi giorni ha già vestito il solito abito del terrorista mediatico e del comunista mistificatore» (Ansa, 23-11-2001).

«Se il Csm dovesse davvero sindacare un atto sovrano del parlamento, ci troveremmo di fronte a una violazione della Costituzione. Ciò ci conferma ancora una volta l’estrema urgenza di una riforma elettorale di questo organo al fine di superare il suo sistema correntizio. Questo Csm, alla vigilia della scadenza del suo mandato conferma le nostre perplessità sulla sua esasperata politicizzazione che oggi rischia di portarlo ad assumere clamorose iniziative contro il parlamento democraticamente eletto dai cittadini» (Ansa, 6-12-2001).

«L’unica vera vergogna dell’Italia è D’Alema. Il presidente dei post-comunisti, servendosi di una bassa disinformazione di stampo sovietico, getta fango sul presidente Berlusconi e sull’Italia, con menzogne di infimo livello. Le sue affermazioni non sono degne di replica, ma danno la conferma di un fatto ormai incontestabile: l’esistenza del filo diretto tra Pci-Pds-Ds e i procuratori militanti, meglio conosciuti come toghe rosse, dediti all’uso politico della giustizia. C’è una guerra intergalattica della sinistra post-comunista, fondata anche sull’uso politico della giustizia, contro Berlusconi e il governo della Cdl fatta solo di mistificazioni, menzogne e bugie, in cui D’Alema, da buon compagno del Cominform stalinista, è un vero professionista» (Ansa, 7-12-2001).

«Violante farebbe meglio a cambiare disco. Siamo sicuri che, seguendo le tecniche staliniste care al Pci-Pds-Ds, la sinistra aveva già nel cassetto due copioni preconfezionati, sia che il governo avesse accettato il mandato europeo, sia che l’avesse respinto» (Ansa, 12-12-2001).

«Nel palazzo di Giustizia di Milano, con il processo Sme, si sta organizzando un tentativo di golpe che Forza Italia denuncerà in tutte le sedi internazionali. Si calpestano clamorosamente le regole di democrazia e di giustizia. Si vuole attentare alla volontà degli italiani. Ormai tutto il paese ha capito come certi giudici, con la spudorata complicità delle sinistre, vogliono mettere in discussione il risultato del 13 maggio con uno scandaloso uso politico della giustizia. Siamo in presenza di un processo politico. Denunceremo presso tutte le comunità internazionali il tentativo di golpe che si sta organizzando nelle plumbee stanze dell’ormai famoso palazzo di giustizia di Milano, protagonista indiscusso dei più grandi errori ed orrori giudiziari nella storia del nostro paese. Quanto basta per denunciare il pericolo di una diagnosi letale per la nostra democrazia e per il nostro Stato di diritto» (Ansa, 3-1-2002).

«Ormai Rutelli naviga tra cialtronate e comicità talmente pacchiane da non meritare quasi risposta» (Ansa, 5-1-2002).

«Fassino e Violante dovrebbero solo vergognarsi. Le loro menzogne di oggi non fanno altro che coprire le spalle a chi ha commesso un vero e proprio atto d’insurrezione» (Ansa, 13-1-2002, il riferimento è al discorso del triplice «resistere» di Borrelli all’inaugurazione dell’anno giudiziario).

«Con le proprie trasmissioni in campagna elettorale la Rai fece calare l’indice di consenso e di fiducia del paese nei confronti di Berlusconi di ben 17 punti percentuali. Le trasmissioni faziose di quei due mesi sono sotto gli occhi di tutti. In Rai nessuno deve sentirsi intoccabile: il consenso su Biagi è calato perché il verdetto inappellabile è dei telespettatori. Personalmente penso che se questo verdetto c’è stato, è probabilmente dovuto alla concorrenza di Striscia la notizia. Ma anche perché i cittadini hanno cominciato a rendersi conto che dietro al tentativo baricentrico di informazione di Biagi, vi è ormai una silente e sempre più evidente faziosità dell’informazione» (Ansa, 1-2-2002).

«Rutelli fa terrorismo mediatico e dice bugie. Quando si perde il controllo delle parole, si diventa un pericolo per la democrazia» (Ansa, 20-2-2002).

«Ieri sera ho visto Sciuscià e devo dire che Michele Santoro ha fatto un uso criminoso della tv pubblica pagata con i soldi di tutti i contribuenti» (Ansa, 1-3-2002, anticipando di 40 giorni l’editto bulgaro di Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi).

«Fassino è il direttore del grande menzognificio della sinistra» (Ansa, 15-7-2002).

«Li abbiamo fregati! Siamo cresciuti e siamo diventati più furbi di loro!» (Ansa, 1-8-2002, commentando l’approvazione al Senato della legge Cirami).

«Rutelli dimostra il volto antidemocratico di chi, come la sinistra, non riesce ad accettare le regole della democrazia» (Ansa, 31-8-2002).

«Il regista Moretti straparla. Le sue affermazioni su una presunta e fantomatica estraneità del presidente del Consiglio alla democrazia sono pericolose e pesano come macigni. Il regista dimostra una totale ignoranza delle regole. Per agitare la piazza si atteggia a capopopolo, calunniando Berlusconi che è la naturale espressione della democrazia» (Ansa, 14-9-2002, sulla manifestazione dei girotondi contro la legge Cirami).

«Se c’è qualcuno che non conosce la democrazia è proprio Scalfaro, visti i suoi precedenti. Scalfaro ha avallato il più grande tradimento della volontà popolare. Ha cambiato la storia d’Italia consentendo che venissero politicamente ingannati i cittadini. Quindi non accettiamo lezioni da chi è troppo abituato alle congiure di palazzo, ai “non ci sto” su vicende che sono ancora avvolte da fitte nebbie. Lui è l’ultimo che può fare la predica. Non ci sono dubbi il senatore Scalfaro sta invecchiando male» (Ansa, 26-9-2002).

«Rutelli ormai è peggio di una comare. La sua falsa indignazione è tipica di un trombone che strilla solo per il gusto di strillare» (Ansa, 26-11-2002).

«D’Alema farebbe meglio a pensare alle sue scarpe. Non accettiamo lezioni da chi, come lui, ha condiviso l’ideologia comunista e le atrocità di questa dittatura sanguinaria e spietata che ha seminato lutti e provocato centinaia di milioni di morti nel mondo. Evidentemente non sa che le scarpe le ha chi lavora. Questo sfugge a D’Alema che quando era presidente del Consiglio grazie a congiure di Palazzo, invece, si vantava di portare scarpe pagate fior di milioni» (Ansa, 10-5-2003).

«Si rende indispensabile l’approvazione di una norma che, parimenti a molti Stati europei, garantisca da un lato la fisiologica (leggasi: costituzionalmente tutelata) funzione dei cinque vertici istituzionali (il premier, i presidenti della Repubblica, del Senato, della Camera, della Corte costituzionale) e restituisca, da un altro lato, equilibrio tra i poteri dello Stato, nell’interesse dello Stato. […] Un occhio alla finestra dunque per osservare se a passare sia la Storia con il suo carico di beni da tutelare o semplicemente l’avversario politico da depotenziare ad ogni costo, anche a costo della nostra democrazia» (Il Giornale di Sicilia, 10-5-2003).

«Il modello italiano di propaganda ulivista esportato in Europa. Il vero scandalo di oggi è che, per la sinistra, all’europarlamento c’è libertà di killeraggio politico, ma non c’è diritto di replica. Il presidente del Consiglio ha doverosamente risposto agli attacchi inaccettabili e premeditati inscenati dai compagni ulivisti di Strasburgo» (Ansa, 2-7-2003, a proposito di Berlusconi che ha dato del «kapò nazista» al socialdemocratico Martin Schulz che aveva osato evocare il suo conflitto d’interessi).

«D’Alema è un pubblico mentitore di professione» (Ansa, 4-7-2003).

«Se l’onorevole Fassino avesse rispetto per la verità, dovrebbe chiedere scusa al presidente del Consiglio. Le sue gravissime insinuazioni non serviranno a nascondere lo scandalo politico dell’operazione Telekom-Serbia firmata dal governo Prodi, che ha aiutato direttamente o indirettamente l’azione criminale di Milos?evic´ passata alla storia per le sue campagne di pulizia etnica» (Ansa, 31-8-2003).

«Prodi non poteva non sapere. Comincia a crollare il castello “omertoso” dei grandi silenzi dei governanti dell’epoca sulla vicenda. Dini scarica Fassino e si tira fuori sostenendo che Fassino sapeva e lui no. Fassino viene poi smentito dall’ambasciatore americano dell’epoca. Da questa sinistra non accettiamo lezioni di moralità: è buona ad infangare ma poi si chiude a riccio quando viene travolta dagli scandali assumendo atteggiamenti omertosi. […] Quelle di Lamberto Dini [sempre su Telekom Serbia] sono tesi semplicemente incredibili. Lui mi invita poi a tacere, ma forse dovrebbe rendersi conto che invece del mio silenzio gli italiani si aspettano una sua ampia ed articolata spiegazione sul reale accadimento dei fatti. Giorno dopo giorno le difese dei protagonisti dello scandalo Telekom Serbia diventano sempre più imbarazzate, contraddittorie ed incredibili. Quanto durerà?» (Ansa, 5-9-2003).

«Sono disgustato e amareggiato. Le signore Maria Falcone e Rita Borsellino, con le loro dichiarazioni [sull’intervista di Berlusconi allo Spectator, in cui il premier ha dato dei “mentalmente disturbati e antropologicamente diversi dal resto della razza umana” a tutti i magistrati], hanno offeso la memoria dei loro eroici fratelli. Le due signore, entrambi militanti a sinistra, non solo hanno finto di non avere capito che il presidente Berlusconi si è chiaramente riferito ad una ristrettissima cerchia di magistrati ma, con una disinvoltura che preferisco non commentare, hanno strumentalizzato due eroi civili che, per fortuna di tutti, sono patrimonio della collettività. La signora Rita Borsellino, infine, nella sua dichiarazione ospitata senza contraddittore al Tg3 e registrata in via D’Amelio, ha detto di trovarsi sul luogo in cui era stato ucciso un uomo che il presidente del Consiglio aveva definito un matto. Lascio a chiunque abbia libertà di pensiero giudicare l’iniziativa della signora» (Ansa, 5-9-2003. Le sorelle dei due giudici assassinati querelano Schifani per diffamazione).

«Sono proprio i gravissimi ed irresponsabili attacchi di Violante ad aiutare la mafia, perché quando si delegittimano le istituzioni si dà ossigeno alla criminalità organizzata» (Ansa, 14-10-2003).

«Oggi più che mai è evidente che la Corte costituzionale [che ha appena cancellato il suo lodo dell’impunità] è un organo politico a maggioranza ulivista. Molti magistrati della Consulta sono di nomina presidenziale, di presidenti eletti dal centro-sinistra. È un verdetto politico contro Silvio Berlusconi. Prendiamo atto che una grossa componente di poteri forti del nostro paese è contro Berlusconi. Ma per fortuna la gente è con Berlusconi» (Ansa, 13-1-2004).

«Fassino, anziché attaccare il premier con metodi maniacali, anziché fuggire nascondendosi dietro scuse e pretesti, vada a deporre in commissione Telekom Serbia, a dire la verità con un atto di onestà politica. O forse vuole nascondere il malaffare firmato dal governo Prodi che ha fatto finire 900 miliardi pubblici nei conti del dittatore sanguinario Milos?evic´?» (Ansa, 26-2-2004).

«Fassino spera di vincere le elezioni a colpi di cialtronate?» (Ansa, 2-4-2004).

«Il contenuto e il tono incendiario di Prodi lo mettono purtroppo alla sinistra di Bertinotti. La richiesta di ritiro dei nostri militari dall’Iraq contrasta con il buon senso etico e politico. È un gravissimo regalo al terrorismo internazionale» (Ansa, 11-10-2004).

«Le parole di Mario Luzi [il poeta e senatore a vita ha criticato Berlusconi] sono gravi quanto l’aggressione fisica a piazza Navona perché alimentano un pericoloso clima d’odio che non va affatto incoraggiato. Parole pronunziate da un parlamentare di sinistra che, non essendo stato eletto, non rappresenta una parte politica, ma dovrebbe testimoniare solo valori alti ed esemplari. Di conseguenza questa gravissima intolleranza verbale ci deve far riflettere sull’opportunità di rivedere l’istituzione dei senatori a vita. Fa male alla democrazia concedere una totale irresponsabilità a chi, come oggi Luzi, manifesta tutt’altro che alta statura morale» (Ansa, 3-1-2005).

«D’Alema ha un gran bel coraggio a parlare di Unipol, quando lui stesso c’è invischiato fino al collo. Farebbe bene a chiarire, principalmente ai suoi, i risvolti preoccupanti della finanza rossa della quale parla Rutelli, prima che la verità che ogni giorno viene a galla sempre di più sullo scandalo Unipol e cooperative lo travolga del tutto» (Ansa, 21-1-2006).

«Se c’è qualcosa di diabolico è il non pensiero del professor Prodi» (Ansa, 26-4-2005).

«Un piccolo tribuno senza avvenire. Così è apparso il professor Prodi a piazza del Popolo. La violenza delle sue parole e la volgarità dei concetti espressi sono state senza precedenti. Non sappiamo se sia frutto di irresponsabilità o di disperazione, ma questo sostanziale incitamento allo scontro civile di cui il paese non ha bisogno è respinto dalla maggioranza degli italiani. Non crediamo che l’Unione meriti un leader così estremista» (Ansa, 9-10-2005).

«Prodi è un coniglio, ha paura di andare in tv e confrontarsi con Berlusconi. È un coniglio e i conigli non possono governare il paese» (Ansa, 28-1-2006).

«Il presidente Berlusconi a Vicenza ha parlato al cuore degli industriali, evidenziando l’assurdità dell’alleanza concordata dai vertici di Confindustria con la sinistra. C’è una questione aperta: la palese delegittimazione da parte della base degli industriali nei confronti di chi è chiamato a rappresentarne gli umori e le istanze« (Ansa, 21-3-2006).

«Il presidente Berlusconi non ha mai avuto a che fare con la mafia. Se Violante tira fuori in campagna elettorale la vecchia storia dello stalliere vuol dire davvero che è a corto di argomenti seri. Sa fare solo chiacchiere. Un vizio di oggi e di ieri, quando fu costretto a dimettersi da presidente della commissione Antimafia per aver anticipato alla stampa la notizia di un’indagine in corso» (Ansa, 22-3-2006).

«Il vero Bertinotti oggi si è presentato con il suo preoccupante pensiero politico liberticida. Disprezza la volontà popolare espressa con un referendum e delinea la soppressione di reti Mediaset e la loro libertà di palinsesto, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Le battaglie di religione di Bertinotti, con il loro oscuro sapore fondamentalista e veterocomunista dimenticano di non potere contare su una maggioranza al Senato e ci motivano ancor di più per una opposizione durissima e senza sconti. Bertinotti inizia male il suo ruolo preteso di presidente della Camera» (Ansa, 23-4-2006).

«Prodi è come Alì il comico [Muhammad Said al-Sahhaf, il ministro di Saddam Hussein che ogni giorno comunicava in tv di avere vinto la guerra]: annuncia un governo stabile e lungo e pretende di coprire le macerie dell’Unione» (Ansa, 23-4-2006).

«Quel che sta succedendo al Senato [per l’elezione del presidente Franco Marini] è sconcertante. Il presidente facente funzioni della seduta, il senatore Scalfaro, con un colpo di mano ha disposto d’autorità il rinvio di una seduta già precedentemente fissata alle 20.15 per consentire a numerosi parlamentari del centro-sinistra di tornare in tempo per votare. Un atteggiamento gravissimo, che prosegue il vulnus di elezioni già inficiate da irregolarità. Noi lanciamo un allarme, pensiamo alle regole che sono state violate. Vogliamo che questa fase si svolga in un clima di regolarità, trasparenza, serenità. Un clima che non c’è» (Ansa, 28-4-2006).

«Un atto di profonda ingiustizia. La sentenza che ha visto la condanna di Cesare Previti si basa su teoremi che non hanno riscontri e motivazioni credibili. La sua unica colpa è evidentemente quella di appartenere a Forza Italia. L’estraneità di Previti alla vicenda è dimostrata anche dalla sua coraggiosa decisione di dimettersi da parlamentare. A lui va tutta la mia solidarietà personale e politica» (Ansa, 5-5-2006).

«Con l’elezione di Napolitano, l’Unione, anziché dare un segnale di unificazione del paese, ha ritenuto di dover eleggere al Quirinale, solamente con i propri voti, un personaggio la cui storia e la cui militanza politica parlano chiaro» (Ansa, 10-5-2006).

«Il governo Prodi è il figlio più becero della più violenta partitocrazia» (Ansa, 19-5-2006).

«La presidente Finocchiaro cambia la realtà delle cose. Inaccettabili sono i toni dei signori della sinistra. Berlusconi, vorrei ricordare alla collega Finocchiaro, ha il consenso della maggioranza degli elettori italiani, è il vero vincitore delle ultime politiche» (Ansa, 25-5-2006).

«Come parlamentare non mi sento più garantito al Senato. L’Unione ha mandato un commissario [Marini] per soffocare la democrazia parlamentare. Siamo di fronte a un colpo di Stato. In aula mi è stato impedito di parlare sull’ordine dei lavori, cosa inaudita. Un fatto gravissimo. È a rischio la nostra democrazia parlamentare. Reiteriamo la nostra richiesta di essere ricevuti dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano» (Ansa, 28-6-2006).

«Anna Finocchiaro dice cose gravissime. Se usare le libertà dialettiche previste dal regolamento di Palazzo Madama significa trasformare il Senato in un pantano, allora la Finocchiaro ha una visione della democrazia preoccupante e riduttiva» (Ansa, 20-9-2006).

«Ove il disegno di legge Gentiloni non dovesse essere sostanzialmente modificato alla Camera, Forza Italia in Senato si difenderà in tutti i modi ricorrendo anche ad atteggiamenti che vorrebbe evitare, come quello di rallentare l’iter legislativo di qualunque provvedimento. Il ddl Gentiloni è un vero e proprio esproprio da parte del governo contro Mediaset, azienda che dà lavoro ad oltre trentamila dipendenti. Dobbiamo difenderci da un’aggressione che non ha precedenti» (Ansa, 13-10-2006).

«Rispettiamo il presidente Napolitano, ma ciò non ci esime dal confermare che la sua è stata una dichiarazione politica [un blando auspicio al pluralismo nell’informazione]. Dispiace doverlo ribadire, ma le parole del presidente Ciampi sui principi di libertà e pluralismo furono precedenti alla legge Gasparri e quindi in assenza di una aggiornata disciplina della materia televisiva. Oggi invece quella legge esiste ed il nuovo richiamo a quei princìpi da parte del presidente Napolitano è una evidente affermazione critica nei confronti della legge vigente. E che i problemi di libertà e pluralismo sussistano è quindi una dichiarazione politica» (Ansa, 14-10-2006).

«Che le più alte cariche dello Stato [Napolitano] oggi entrino all’unisono nel dibattito politico per dare un sostegno al disegno di legge Gentiloni è un fatto grave. Questo atteggiamento «conferma come l’occupazione delle più alte cariche dello Stato l’indomani delle elezioni costituisca un preciso disegno strategico della sinistra. Espropriare una rete televisiva al leader dell’opposizione è un gesto che verrà contrastato in parlamento in maniera decisa e determinata» (Ansa, 14-10-2006).

«Il voto dei senatori a vita è un diritto costituzionalmente garantito, ma ci sono delle perplessità sull’opportunità politica dell’esercizio di questo voto nel momento in cui c’è un’aula divisa in due, così come lo è stato il paese alle elezioni politiche» (Ansa, 22-11-2006, presentando la proposta di legge per togliere il diritto di voto ai senatori a vita).

«La sinistra non può dare alcuna lezione di moralità. Il senatore De Gregorio [eletto con la maggioranza, ma votando contro la finanziaria con l’opposizione] si è comportato con una coerenza che nella maggioranza è mancata a tanti. Non si può criticare la Finanziaria come hanno fatto molti senatori dell’Unione e poi votarla come se niente fosse» (Ansa, 18-12-2006).

«Follini, votando per il governo Prodi, tradisce il patto con gli elettori» (Ansa, 1-3-2007).

«Il modo in cui si è arrivati alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo [il giornalista di Repubblica rapito dai terroristi in Afghanistan] offende le nostre istituzioni» (Ansa, 21-3-2007).

«La decisione del governo di sfiduciare il consigliere della Rai Angelo Maria Petroni sarebbe un golpe senza precedenti, in palese contrasto con la legge. Di fronte ad una simile gravissima iniziativa saremmo costretti a rispondere paralizzando i lavori del Senato» (Ansa, 11-5-2007).

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